Raccontato da Valeria Marino

Il termine maniera è presente già nella letteratura artistica quattrocentesca costituendo sostanzialmente un sinonimo di stile. Con tale accezione venne ripreso da Giorgio Vasari nella sua monumentale opera “Le Vite”, in cui il termine incomincia tuttavia ad assumere un significato più specifico e, per certi versi, fondamentale nell’interpretazione del fenomeno artistico. Vasari parla esplicitamente della “Maniera moderna” o “grande maniera” dei suoi tempi, indicando in artisti come Leonardo da Vinci, Michelangelo e Raffaello i fautori di un culmine della progressione artistica, incominciata come una parabola ascendente alla fine del Duecento, con Cimabue e Giotto. Il significato di “maniera”, inteso positivamente nell’opera vasariana, venne poi trasformato in Manierismo nei secoli XVII e XVIII, assumendo una connotazione negativa: i Manieristi erano infatti quegli artisti che avevano smesso di prendere a modello la natura, secondo l’ideale rinascimentale, ispirandosi esclusivamente allo stile dei tre grandi maestri. La loro opera venne così banalizzata come una sterile ripetizione delle forme altrui. Firenze fu uno dei primi centri di elaborazione del Manierismo: se nei primi dieci anni del Cinquecento si assistette ancora allo sviluppo di stilemi classici, ad esempio con Andrea del Sarto, con la caduta della Repubblica fiorentina nel 1512 si manifestarono precocemente tendenze anticlassiche e manieristiche, i cui massimi rappresentanti furono i pittori Rosso Fiorentino e Pontormo. Le successive fasi del manierismo si svilupparono sotto Cosimo I de’ Medici (1519–1574) e furono rappresentate dalle pitture di Giorgio Vasari, del Bronzino, di Francesco Salviati; dalle sculture di Benvenuto Cellini, Giovanni Angelo Montorsoli, Baccio Bandinelli, Giambologna; dalle architetture dello stesso Vasari, di Bartolomeo Ammannati, di Bernardo Buontalenti.